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DECENNALE DI FORZA ITALIA: IL DISCORSO DEL PRESIDENTE SILVIO BERLUSCONI
 
 
Roma – 24 gennaio 2004 - Testo integrale del discorso del presidente Silvio Berlusconi pronunciato in occasione del Decennale di Forza Italia


Grazie, Don Gianni,
Forza Italia esiste ormai da dieci anni. Esiste, resiste e cresce e da dieci anni è il partito più votato dagli italiani. Coloro che, per polemica politica o per insipienza, continuano a negare la rilevanza di Forza Italia come evento storico della democrazia italiana ed europea semplicemente non hanno né il senso della storia né quello della democrazia.
Davvero dieci anni fa non potevamo accettare che diventasse maggioranza politica chi non rappresentava la maggioranza del Paese.
Non potevamo accettare che si impadronisse del potere chi aveva lucidamente e cinicamente organizzato una parte minoritaria del potere giudiziario per fini che non avevano nulla a che vedere con la giustizia.
E allora abbiamo pensato a qualcosa di impossibile, a un miracolo, a un sogno.
A un sogno grande e impegnativo, il sogno di un Paese davvero libero e finalmente moderno, di un Paese dove ciascuno potesse dare compimento ai suoi desideri, potesse realizzare i propri talenti, potesse sviluppare le proprie capacità, ma soprattutto il sogno di un Paese finalmente libero dall’odio ideologico che l’aveva dilaniato per decenni e ne aveva fatto una terra di frontiera, esposta a tanti rischi e a tante minacce.
Per capire il presente e poter costruire il futuro bisogna sempre far memoria del passato. 
Possiamo dire che il nostro Paese è stato avvelenato e addirittura insanguinato da una sorta di guerra civile permanente, cinquantennale, che nessun Paese occidentale ha dovuto subire e della quale ancora oggi si stenta a percepire la portata e la tragicità. 
Mi riferisco non solo al bagno di sangue che si è consumato dopo la fine della Seconda guerra mondiale e su cui solo recentemente si sono accesi dei riflettori, ma anche alla seminagione di odio ideologico e agli eventi dei decenni successivi. 
Vi basti soltanto un flash sul terribile periodo centrale nella vita della nostra generazione che va dal 1969 al 1980: quando si verificarono in Italia più di 12.000 fra attentati ed episodi di violenza politica, che provocarono più di 300 morti e più di 4.000 feriti. Praticamente attentati e violenze ogni giorno. Nessuna democrazia occidentale ha conosciuto un fenomeno simile. Che oltretutto è andato ben oltre il 1980.
E che è costato al Paese in termini di vite umane e di insicurezza, ma anche - e molto - in termini economici e di affidabilità internazionale.
Don Gianni ci ha dato un affresco efficacissimo dei giorni del ’93 ma l’Italia già prima scontava delle anomalie particolari per essere una terra di frontiera, non solo geografica, ma anche politica, fra l’occidente della libertà e l’Impero del Gulag e del totalitarismo, un Impero - si ricordi - che puntava micidiali arsenali missilistici e militari contro le nostre città.
E’ questa delicatissima situazione geopolitica - amplificata all’interno dalla presenza del più forte Partito Comunista dell’Occidente - che dette origine a tutta una serie di gravi anomalie.

Come 
1) l’eccessiva presenza dello Stato nell’economia e nella vita sociale,
2) un peso improprio dei sindacati,
3) l’accumulazione di un enorme debito pubblico per mantenere un sistema fortemente assistenzialistico,
4) la necessità – per i partiti democratici - di avere macchine organizzative che potessero essere concorrenziali col Partito Comunista e quindi di trovare fonti di finanziamento,
5) l’infiltrazione di uomini della sinistra in tutte le istituzioni a partire dalla magistratura.
6) E infine la tentazione per l’Italia - pur salda alleata degli Usa - di giocare su vari tavoli in politica estera, annacquando talora la propria appartenenza “atlantica”.
Da questo scenario era derivata anche una cinquantennale instabilità politica che aveva prodotto un governo all’anno e che dunque aveva reso impossibile un vero buon governo, del Paese.
Tutte queste anomalie, come tanti nodi irrisolti, vennero al pettine dopo la caduta del Muro di Berlino. 
Il crollo per implosione dei sistemi comunisti che avevano prodotto solo miseria, terrore e morte, anziché travolgere definitivamente chi, qui da noi, aveva professato quell’ideologia e si era reso complice di quei regimi, produsse l’effetto opposto. 
I partiti democratici si trovarono sul banco degli accusati e il tritacarne mediatico-giudiziario non colpì solo i fenomeni di corruzione che era giusto colpire, ma colpì lo stesso sistema democratico. Mentre veniva messa in discussione la sovranità del popolo elettore e quella del Parlamento, i referendum elettorali annunciavano effetti dirompenti potendo consegnare la maggioranza parlamentare nelle mani di chi – come la Sinistra – continuava ad essere minoranza nel Paese. 
Intanto la spinta alla globalizzazione dell’economia e all’integrazione europea col Trattato di Maastricht rendeva ormai insostenibile il debito pubblico facendo temere la bancarotta dello Stato o la sostanziale spaccatura del Paese, fra un Nord autosufficiente e un Sud ancora drammaticamente in ritardo.
Era un momento davvero difficile ed anche carico di pericoli per la nostra Patria.
 
Agli inizi degli anni Novanta, proprio quando ovunque nel mondo l’ideologia e la pratica comunista venivano sepolte sotto il peso delle decine di milioni di morti e delle immani sofferenze inferte a miliardi di persone, nel nostro Paese gli eredi diretti del comunismo, gli ex-post-neo comunisti,  tentarono di  realizzare il loro disegno di sempre: conquistare il potere non attraverso libere elezioni, non attraverso l’acquisizione del libero consenso dei cittadini, ma attraverso l’eliminazione per via giudiziaria degli avversari: una malsana attitudine che purtroppo fa parte del loro DNA. 
Dieci anni fa, in Italia, i comunisti erano comunisti. Erano comunisti di fatto e di simbolo: di falce e di martello.
In questo terremoto che travolgeva ad un tempo la democrazia politica, la divisione dei poteri e l’economia, in questo caos, in una stagione così drammatica, noi abbiamo osato tradurre il nostro sogno in un progetto concreto. Lo abbiamo costruito, questo progetto, lo abbiamo difeso, lo abbiamo realizzato. 
E abbiamo dato una casa, una strada, una opportunità, a tutte le spinte di autentico rinnovamento, che potevano invece risultare distruttive se non avessero trovato un loro sbocco democratico.
I moderati italiani, la base sociale dei partiti democratici annientati, avevano bisogno di chi rappresentasse il loro desiderio di rinnovamento e di modernizzazione dello Stato.
Forza Italia nacque così.
Nacque facendo suo da subito il meglio delle tradizioni democratiche italiane: la necessità tipicamente liberale di ridurre il peso di uno statalismo eccessivo e di un fiscalismo esoso, la volontà propria della tradizione laico-repubblicana di rimettere ordine nei conti dello Stato, il bisogno - avvertito dal riformismo socialista - di modernizzare le istituzioni e le infrastrutture, e di valorizzare i ceti più dinamici, con la necessità di riportare la sovranità laddove la pone la Costituzione e non nelle procure. Infine i valori della dottrina sociale cattolica, dalla sussidiarietà al primato della persona umana, nel rispetto delle radici culturali del Paese. Ed in effetti si iscrissero a Forza Italia anche molti cattolici che avevano militato nella Dc e che non volevano rinnegare gli ideali di tutta la loro storia.
Nessuno mai era riuscito in un Paese democratico a dar vita, in così poco tempo, a un movimento politico che fosse capace di una tale sintesi e che appena arrivato sulla scena sapesse conquistare, immediatamente, il primato, con il libero e convinto voto dei cittadini. 
Nessuno può realizzare un’impresa del genere se il suo sogno non è lo stesso sogno di tanti, non è condiviso da tanti.

E nessuna impresa del genere poteva resistere negli anni, resistere agli attacchi più micidiali e sleali, consolidarsi, conquistare il riconoscimento del più grande gruppo politico europeo, il Ppe, e tornare a vincere, se quel sogno non fosse stato profondamente radicato nei cuori, nelle intelligenze e nelle aspettative di tutti gli italiani di buon senso e di buona volontà.
Il nostro è infatti il sogno, la speranza di questi italiani: avanti Italia, metticela tutta, forza azzurri, forza Italia!
Ancora, in quel gennaio 1994, non ci “limitammo” a realizzare questa impresa temeraria, che a tutti sembrava impossibile: facemmo di più.
Ci riuscì di coalizzare attorno ad essa quelle spinte di rinnovamento che altrimenti avrebbero potuto avere esiti negativi.
Vi erano infatti istanze federaliste che rappresentavano il desiderio di autonomia e di autogoverno delle diverse comunità rispetto al vecchio centralismo. E vi era anche una destra la cui evoluzione occidentale e liberale era matura e che invece rischiava di essere utilizzata strumentalmente dal dilagante giustizialismo che stava mettendo a repentaglio lo stato democratico.
Nacque così il Polo delle libertà e si compì questa doppia impresa in tempi da record: ci mettemmo tutto il coraggio e tutta la generosità di cui eravamo capaci, certo, ma ci riuscimmo soprattutto perché erano tantissimi gli italiani “liberi e forti”, come li aveva chiamati Don Sturzo, che non volevano i comunisti al governo, che volevano affermare la dignità del loro passato ed erano disposti a battersi per dare una speranza al loro futur
Certo, ciascuno di noi avrebbe potuto dire di no, avrebbe potuto sottrarsi a quell’appuntamento, avrebbe potuto far finta di non sentire ciò che quel momento storico richiedeva, ciascuno di noi avrebbe potuto disinteressarsi delle sorti dell’Italia, avrebbe potuto preoccuparsi soltanto del suo interesse particolare, o - ancora più facilmente - magari intrupparsi sotto le insegne di coloro che venivano annunciati come i nuovi padroni, i sicuri vincitori. 
Certamente il calcolo della convenienza individuale portava in quella comoda direzione.

  Noi invece decidemmo di rispondere sì a quella “chiamata alle armi” come io ebbi a definirla. 
Scegliemmo, e ogni mattina torniamo a scegliere, un’altra strada, quella più ardua e pericolosa, quella del coraggio e dell’impegno, quella della dedizione e del disinteresse, quella del lavoro duro, dell’amore per il nostro Paese, quella della libertà, quella che anche oggi, dopo dieci anni, fa gridare ancora al nostro cuore, con passione, con entusiasmo, con fiducia: Forza Italia!
Ed oggi - lo dico con orgoglio, consapevole del tanto lavoro che resta ancora da fare - oggi, la salvezza e la rinascita della nostra Italia - pensando al baratro di dieci anni fa - è evidente, è chiara, è incontrovertibile.
E’ uno dei grandi meriti di Forza Italia - un merito davvero storico – anche quello di essere riuscita a far convergere in un unico movimento la parte migliore della cultura politica del cattolicesimo, del liberalismo e del socialismo.
I loro principi sono i nostri principi e proprio per questo, perché queste sono le nostre origini, perché queste sono le nostre idee, noi non possiamo fare e non faremo mai alcun compromesso sui principi con quelle forze politiche che si richiamano al comunismo, o con quelle che con il comunismo si dimostrino conniventi. 
Il comunismo non è stato soltanto un regime politico che per decenni ha dominato miliardi di individui e che ancora in troppi Paesi continua a sopravvivere, negando i diritti fondamentali dell'uomo. 
Il comunismo, che con il nazismo è stata l’ideologia più disumana e criminale della storia dell’uomo, prima ancora di diventare regime politico, è stato ed è una forma mentale. E' un modo di concepire la società, l'individuo, il potere, il ruolo e la struttura del partito. 
Vi sono due modi diversi di essere comunisti. Ve ne è uno palese, che è quello di Rifondazione Comunista e del Partito dei comunisti italiani. Non vi è bisogno di dilungarsi su di esso, tanto è assurda la posizione di chi ritiene che il comunismo sia un'ideologia che possa rappresentare il futuro e il bene dell'umanità.
Ma ve ne è uno meno palese, e proprio per questo più pericoloso. E' il modo di essere comunisti senza comunismo. E' il metodo di rinnegare il proprio stesso passato comunista, di lavarsi pilatescamente le mani di fronte all'evidenza delle decine di milioni di vittime del comunismo, ma di mantenere i metodi di lotta politica del partito comunista, di mantenere l'obbiettivo di una egemonia del proprio partito – qualunque sia il suo nuovo nome -  sulla società civile, sulla cultura, sull'economia, sulla magistratura, sull’informazione, sulle istituzioni. 
E' l'idea di piegare il diritto alla politica, non di sottomettere la politica ai principi superiori del diritto e della coscienza. 
E' l'idea dello Stato al servizio del partito, dello Stato terra di conquista per gli apparati partitici, non dello Stato che deve essere al di sopra dei partiti e degli interessi di parte.
Cari amici: valore della persona, democrazia, economia di mercato. Per noi  questi tre concetti sono intimamente legati. Per noi le istituzioni sociali, politiche ed economiche esistono e trovano la loro legittimità per tutelare la libertà e la prosperità della persona.
Per noi la libertà è un diritto degli individui che precede la società e precede lo Stato.
Lo Stato esiste per proteggere la libertà di tutti, ma non è esso la fonte della libertà di tutti. Per questa ragione lo Stato che vogliamo, lo Stato della tradizione liberaldemocratica, è uno Stato con poteri forti ma rigidamente limitati. Dentro la sfera che gli è propria, lo Stato deve avere tutto il potere necessario. Al di fuori di questa sfera, non deve averne nessuno. Questi principi li avete appena ascoltati dalla voce dei nostri giovani.
Non c’è nulla in comune tra la nostra visione della democrazia e dello Stato e quella degli eredi delle ideologie totalitarie. Per costoro lo Stato viene prima dei cittadini. Tutti i diritti dei cittadini sono nulla di fronte al potere delle maggioranze politiche, che possono concederli o revocarli a seconda della propria convenienza. Questo è vero per i diritti civili, per i diritti individuali, per i diritti economici. 
I nostri maestri, i maestri del pensiero liberaldemocratico ci hanno insegnato che il criterio di un’autentica democrazia non è il potere della maggioranza. E' esattamente il suo contrario. E' il rispetto dei diritti della minoranza, sino a quell'estrema minoranza che è rappresentata da ogni singolo cittadino. Il potere politico ha la sua ragion d'essere soltanto in tanto e per quanto protegge i diritti individuali.
Su questi principi Forza Italia è nata ed è fondata. Con questi principi Forza Italia esiste e continuerà ad esistere per difendere la libertà, e soprattutto per ampliare la libertà. 
Perché la libertà va continuamente ampliata, perché l'esperienza storica ci insegna che se essa non cresce, se non si espande, è destinata a regredire. 
Se rileggiamo dopo dieci anni il nostro programma politico ci accorgiamo che non è invecchiato: che è attuale come allora e che può ispirare ora come allora la nostra azione politica.
Non è invecchiato per una ragione molto semplice, perché è un programma antico, potremmo dire tanto antico quanto lo è l’aspirazione fondamentale dell’uomo, quella alla libertà.
E’ antico e perciò semplice: dice cosa va messo al centro e cosa non ci va messo: la persona e la sua libertà al centro, lo Stato al suo servizio.
Non abbiamo avuto difficoltà a ritrovare i padri nei quali riconoscerci perché gli esponenti di questo pensiero politico non debbono subire la purificazione della memoria. Einaudi, Rosselli, De Gasperi, Sturzo cosa hanno detto che la storia ha cancellato? O piuttosto non hanno detto cose che sono rese oggi ancora più attuali dopo decenni di volontaria e colpevole dimenticanza? 
Quello della libertà è il filo di Arianna di questi dieci anni della nostra storia. 
Abbiamo cercato la libertà, ci siamo battuti e ci battiamo per la libertà. In molti hanno tentato di spezzare questo filo di Arianna. In tanti altri hanno tentato di confonderlo con tanti altri fili che non c’entrano con noi e con la nostra storia. Ci hanno provato e ci proveranno ancora ma non ci riusciranno per un motivo molto semplice. Questo filo di Arianna non ce lo siamo inventato, non è una fantasia: è saldamente ancorato nelle menti, nelle coscienze e nei cuori  di milioni di donne e uomini del nostro Paese che ad ogni elezione ce lo dimostrano e lo dimostrano anche a coloro che vorrebbero irriderlo o negarlo. A noi interessano di più i voti delle dicerie e i voti ci confortano da dieci anni e ci confermano che la strada è quella giusta e che il filo tiene.
In questi dieci anni in ogni tema che abbiamo affrontato, dal governo e dall’opposizione, al livello nazionale come a quello europeo e locale, ci siamo sempre trovati innanzi dei macigni lasciati da chi ci ha preceduto,
prodotti di una cultura statalista, dirigista, di sinistra. 
E’ stato così per l’economia assistita che abbiamo iniziato a far marciare sulle via del mercato. 
E’ stato così per lo Stato assistenziale che stiamo trasformando in Stato sociale. 
E’ stato così anche per il mercato del lavoro che stiamo trasformando da mercato dei privilegi di pochi a mercato delle opportunità per tutti. 
E’ stato così per la giustizia che stiamo trasformando da strumento di lotta politica di una parte a sistema di garanzia delle libertà di tutti. 
E’ stato così per il Mezzogiorno che da soggetto considerato sempre e solo bisognoso di aiuto stiamo trasformando, con la collaborazione delle regioni da noi governate, in soggetto autonomo e capace di produrre da solo il proprio futuro.
E’ stato così per la riforma dello Stato che stiamo trasformando in Stato federale per un avvicinamento reale dei cittadini ai luoghi delle decisioni. Noi andiamo volentieri a farci giudicare più da vicino dai cittadini, non per sfasciare lo Stato o l’unità nazionale, ma perché non abbiamo paura di farci controllare ancora meglio in ciò
che facciamo.
 
Ci siamo trovati e ci troviamo dinanzi decenni di storia, di incrostazioni, di degenerazioni. 
Ci siamo trovati dinanzi un’opinione pubblica guidata da drappelli di difensori della vecchia Italia, dell’Italia di prima.
Dobbiamo fare i conti con corporazioni, soprattutto corporazioni, che difendono sovente soltanto il loro potere, anzi meglio, il potere e gli interessi dei loro dirigenti e non quelli dei loro iscritti. Ci troviamo dinanzi un vero e proprio Muro di Berlino domestico, nostrano, che ci divide dall’Italia delle libertà.
Ma piano piano, con la pazienza dei veri riformatori andiamo avanti. Le nostre idee stanno cominciando a far breccia soprattutto perché gli italiani iniziano a capire e ad apprezzare la differenza tra un programma di governo liberale e popolare e un programma di governo populista, come quello delle sinistre varie ed eventuali.
Nel codice genetico della sinistra c’è l’idea che una parte della società debba prevalere sull’altra e per questo si battono. Non ne escono. E proteggono chi entra in quella parte capitalisti compresi. Non c’è nulla da fare. E’ più forte di loro. E’ la loro storia, la loro cultura, la loro tradizione politica. 
Un programma liberale invece opera per tutti, non fà riforme per le singole corporazioni, non spende i soldi pubblici per una parte piuttosto che per un’altra. Fa riforme per il bene comune e non per l’interesse di pochi. Per questo i cittadini si riconoscono nel nostro programma. Per questo in molti che non votavano per noi, dopo dieci anni, cominciano ad interrogarsi. 
Noi abbiamo proposto agli italiani un modello di politica economica e sociale che tiene insieme i talenti di chi sa produrre ricchezza e i bisogni di chi deve essere aiutato per essere messo in grado di farcela da solo. In questo senso vanno le riforme fiscali, quelle del mercato del lavoro, delle pensioni e del welfare. Dopo decenni di letargo, il risveglio della macchina delle riforme non è stato facile. Passare dall’Italia dei privilegi e della spesa pubblica a quella delle opportunità e della produzione vera e trasparente delle risorse non è stato facile. 
Liberare il mercato è l’unica strada che può permetterci di trovare le risorse per sviluppare delle vere e proprie reti di protezione sociale. Fu la grande lezione di un grande liberale, come Luigi Einaudi. Se fosse stata applicata al momento giusto oggi non ci troveremmo con quel debito che strozza la nostra libertà di azione nel governo del Paese e nelle riforme.
Non facciamo debiti oggi per non gravare sulle generazioni future. E’ un principio etico di base. Ci comporteremmo allo stesso  modo anche se Maastricht non ci fosse perché il non far debiti per noi non nasce da un obbligo, risponde piuttosto ad un principio di etica politica pari a quello di non espropriare il reddito dei cittadini in una misura maggiore di un terzo di ciò che guadagnano.   Lo dicemmo e lo ripetiamo. Non è cambiato nulla. 
La riduzione delle tasse l’abbiamo cominciata a fare, la porteremo a termine appena l’economia ce lo consentirà. Non crediamo, come qualcuno ha detto anche di recente, che per avere più Stato sociale occorrano più tasse. Più tasse significano sempre meno, non più Stato sociale. Perché tasse elevate indeboliscono l’economia di un Paese e dunque anche la sua capacità di assicurare le risorse necessarie per pagare i servizi sociali. 
La sinistra prova a spezzare il nostro filo d’Arianna della libertà interpretando in modo mendace, in modo confuso e ideologico i nostri interventi in materia di giustizia. Le innovazioni che noi proponiamo sono la normalità negli altri Paesi occidentali. L’anomalia non siamo noi e le nostre riforme, l’anomalia sono loro e l’uso che loro fanno della giustizia.
Per dirla ancora più chiaramente, vedono venir meno la giustizia come strumento di lotta politica e allora gridano allo scandalo. Ma si tratta solo della loro paura di dover fare la battaglia politica non come noi, cercando il consenso dei cittadini sulle idee e sui programmi, ma come loro sono abituati a fare, per mezzo di strumenti impropri come la giustizia politica.
La sinistra prova anche a spezzare questo nostro filo interpretando a sproposito il dibattito all’interno della maggioranza di Governo, dentro la Casa delle Libertà.
 Noi e i nostri alleati veniamo da storie diverse, ma capisco che può far rabbia a chi non riesce neanche a costruire una lista unitaria, se non nell’apparenza, vedere che, sia pure nella normale dialettica politica, questa coalizione tiene ormai da molti anni: all’opposizione come al governo del Paese, in Europa e nei comuni, nelle regioni e nelle provincie fino ai consigli di zona.
Loro invece, nella precedente legislatura, hanno cambiato tre presidenti del  Consiglio senza discutere tanto, perché, in realtà, non c’era nulla da discutere. C’era il disaccordo totale e insanabile su tutte le scelte di fondo del nostro Paese e anche su cosa dovesse fare l’Italia sulla scena internazionale. Cioè sull’elemento caratterizzante del nostro Paese agli occhi del mondo.
 Dalla loro parte, togliendo l’odio personale, viscerale, ai limiti del maniacale, per Silvio Berlusconi, non sono uniti su nulla. Per unirsi veramente dovrebbero sbarazzarsi di alcune formazioni politiche e dunque di consensi che, alla fine, li porterebbero a prendere percentuali assai ridotte di voti. Altrimenti debbono accettare l’accozzaglia delle idee e dei programmi e cercare di nasconderla agli elettori per raccattare un po’ di voti.
Noi questo problema non lo abbiamo. La concezione sociale e nazionale di Alleanza Nazionale di Gianfranco Fini, la concezione federalista della Lega di Umberto Bossi e il patrimonio della Dottrina Sociale della Chiesa cui si riferisce l’Udc non sono in contrasto con la tradizione liberale, cattolica, sociale e popolare che è rappresentata da noi. Tutto si tiene bene insieme. Perché tutte queste tradizioni si radicano nel concetto della persona e della sua libertà al centro e sul primato della persona, della famiglia, della economia, della società sullo Stato. 
Queste sono le radici comuni che ci guidano, che ci hanno guidato e che ci guideranno. Se perdessimo questo faro perderemmo con esso il senso stesso, la rotta della nostra esistenza.
Quando ci confrontiamo tra noi, lo facciamo partendo da una base comune di valori, di idee, di progetti che ci uniscono, perché c’è un programma comune per il nostro Paese. Lo facciamo in modo trasparente, qualche volta anche troppo, qualche volta senza utilizzare la minima malizia. E quando i nostri alleati discutono tra di loro, continuiamo  ad invitarli a tenere a mente i risultati fin qui conseguiti insieme e a non offuscarli con le polemiche inutili. Li invitiamo sempre a rendersi conto che i nostri elettori e il Paese non ci perdonerebbero mai di abbandonare l’impegno e il lavoro fatto insieme finora, per insistere sulla via delle battute, delle polemiche, delle beghe politicanti.
Lasciamo ai nostri avversari il gioco della vecchia politica, la politica delle chiacchiere, delle baruffe, dei veti incrociati. Noi siamo scesi in campo non solo per salvare l’Italia e per cambiarla, ma anche per cambiare il modo stesso di fare politica. Non ne possiamo più di quello che ho definito come il teatrino della politica! La porta del Presidente del Consiglio è sempre aperta: perché parlarsi attraverso dichiarazioni, comunicati, agenzie, che fanno apparire divisa una coalizione che, solo guardando a questi ultimi mesi, è riuscita a trovare l’accordo su temi difficilissimi e complessi come
1)   la riforma della scuola,
2)  come una complicata finanziaria per il 2004,
3)  come una riforma coraggiosa delle pensioni,
4)   come una grande riforma delle istituzioni,
e ora stiamo trovando un’intesa piena e convinta su un tema così importante e delicato come la difesa dei risparmiatori.
I nostri elettori ci possono perdonare molte cose, ma non ci perdonerebbero mai se non riuscissimo ad andare d’accordo, se non sapessimo tenere unita la squadra. 

Care amiche e cari amici,
abbiamo assunto la responsabilità di governo ereditando dalle sinistre un’Italia indebolita economicamente e soprattutto indebolita nella sua fiducia in se stessa. 
Abbiamo dovuto governare con una delle più drammatiche stagnazioni economiche degli ultimi decenni.
Tre anni fa il mondo era diverso: era in pace e con positive prospettive di sviluppo.
La Commissione Europea ed il Fondo Monetario Internazionale stimavano per l’Europa una crescita del 3 per cento all’anno.
Poi, con l’11 settembre, tutto è improvvisamente cambiato:
-  due conflitti in due anni, con un fortissimo squilibrio nella geopolitica del mondo;
- la crisi delle “borse” mondiali che, ora possiamo ben dire, è stata una crisi paragonabile a quella del 1929;
- una competizione internazionale che si è fatta più difficile per l’affermarsi sulla scena di nuovi concorrenti sempre più agguerriti e disinvolti, quasi senza regole;
- l’impatto del passaggio dalla lira all’euro che ha causato un impressionante effetto di carovita; a questo proposito: cercare di capire cosa sia realmente accaduto con il cambio della moneta non significa combattere l’euro; cercare di affrontare i problemi creati a tanti cittadini dalla nuova moneta non significa disconoscere i vantaggi dell’euro che pure ci sono; cercare di contenere l’aumento dei prezzi non significa essere euroscettici; al contrario significa lavorare per quella stabilità che l’euro ci ha garantito e che noi continueremo ad assicurare al nostro Paese in Europa.
-  da ultimo, ed è la drammatica cronaca di questi giorni, una serie continua di frodi e di crisi, che hanno distrutto ricchezza su vasta scala, che hanno colpito molti risparmiatori e che hanno recato un grave danno all’immagine del nostro sistema finanziario. Il governo si è fatto carico fin dal primo momento di salvare i posti di lavoro e di garantire la continuità delle imprese e si sta ora preoccupando della tutela dei risparmiatori.
Nessuno di questi fenomeni era prevedibile nella sua reale dimensione.
Non solo. Nessuno poteva prevedere la concentrazione di tutti questi cinque fenomeni, tutti insieme ed in soli tre anni.
Eppure, ce la stiamo facendo: grazie agli italiani, grazie alla capacità dei nostri lavoratori e dei nostri imprenditori; grazie alla civiltà ed alla forza del nostro Paese. E grazie anche a noi e al nostro Governo.
Abbiamo gestito il debito che abbiamo ereditato, il terzo debito pubblico del mondo, passando attraverso una crisi mondiale, la più difficile del dopoguerra e lo abbiamo fatto senza mettere le mani nelle tasche degli italiani. 
In questo contesto difficilissimo il nostro governo è riuscito ad ottenere risultati straordinari. Abbiamo aumentato le pensioni minime, abbiamo avviato la costruzione di un grande numero di infrastrutture. Tutto questo, voglio ripeterlo, senza aumentare la pressione fiscale, e nel pieno rispetto - unico tra i grandi Paesi dell’area dell’Euro - dei parametri di Maastricht. 
Vorrei sottolineare quest’ultimo dato, perché dimostra come il nostro è il vero ed autentico governo europeista, che crede nell’Unione Europea e lo prova con i fatti, non con le dichiarazioni  subito smentite dai comportamenti opportunistici dettati dall’egoismo nazionalista. 
In un clima economico internazionale di stagnazione, siamo il solo grande Paese europeo che è riuscito a diminuire la disoccupazione, che era al 12 per cento quando abbiamo assunto il governo, ed è oggi all’8,5 per cento. Questo significa 750 mila posti di lavoro in più. 
E tutto ciò mentre per il terzo anno consecutivo ci presentiamo al Paese senza aver aumentato un solo euro di tasse, un traguardo storico, ed essendo riusciti a tenere in ordine i conti pubblici:
1)    mentre cancellavamo le tasse per i redditi più bassi,
2) mentre portavamo al livello promesso le pensioni minime,
3) mentre assicuravamo contributi alla maternità e alla famiglia. 
Con questo Governo, 28 milioni di italiani, di cui 9 milioni di pensionati, pagano un po’ meno tasse di prima. I benefici maggiori sono concentrati nelle fasce meno fortunate della popolazione. Sono 700 mila i pensionati che non pagano più imposte a seguito della prima parte della riforma fiscale.
Sono salite a 516 euro (un milione all’anno) le detrazioni per i figli a carico.
450 mila persone sono uscite dalla fascia della povertà.
L’aliquota dell’imposta sulle società è scesa al 33%. 
E’ stata cancellata l’imposta sulle successioni, che gravava soprattutto sui patrimoni piccoli e medi. 
Sono stati eliminati milioni di inutili adempimenti fiscali.
Da un anno 320 mila aziende non pagano più l’Irap, e quasi tre milioni e mezzo ne pagano un po’ meno.
Certo avremmo voluto fare di più, ma tutto ciò che era possibile è stato fatto.
Se volete avere un’idea di quanto efficace sia stata l’azione del nostro governo, ponetevi questa domanda: cosa sarebbe accaduto se, in questa situazione, fosse stata al potere la sinistra? Di quanto sarebbero aumentate le tasse, quanti disoccupati in più avremmo avuto?  Basti pensare che la sinistra non ha fatto una, dico una sola proposta alternativa di politica economica riguardo alle questioni fondamentali. Credo che sia un primato europeo, se non mondiale, per una opposizione di un Paese democratico.
La nostra azione di governo è stata anche profondamente riformatrice delle istituzioni e dell’economia. 
Vorrei ricordare la riforma del mercato del lavoro, la riforma che è costata la vita a Marco Biagi, e grazie alla quale si sono avuti e si avranno da subito ancor più posti di lavoro, di migliore qualità, e maggiori tutele per tutti i lavoratori, a partire dai giovani. 
Vorrei ricordare la riforma della scuola, grazie alla quale i nostri figli hanno la possibilità di una istruzione veramente formativa della personalità, una istruzione adatta alla società moderna. 
Vorrei ricordare la riforma del diritto societario, grazie alla quale è più facile aprire e gestire un’azienda, e che offre una maggiore tutela agli azionisti.
Vorrei ricordare la digitalizzazione della pubblica amministrazione, grazie alla quale i cittadini avranno servizi migliori, e le imprese potranno lavorare meglio e con minori costi.
Abbiamo avviato poi il piano delle grandi opere che darà all’Italia finalmente delle infrastrutture di livello europeo. 
Ancora: l’eliminazione degli sprechi con le nuove regole di efficienza nei ministeri, il pieno utilizzo, finalmente, dei fondi europei per il nostro Sud. Potremmo continuare a lungo, citando anche le nuove regole per la circolazione stradale che con la patente a punti ha già salvato tante vite umane.

Vorrei ricordare poi le nuove attività di prevenzione dei reati e la lotta senza quartiere al crimine organizzato che stanno facendo dell’Italia uno dei Paesi più sicuri d’Europa.
Voglio ripeterlo: il nostro governo, con i provvedimenti varati, con i risultati già ottenuti e con la sua stabilità, è già una novità di portata storica in un Paese abituato a subire governi instabili e deboli. Ed è una novità storica anche perché per la prima volta una coalizione, attraverso il suo leader, ha sottoscritto con gli italiani un vero e proprio contratto, l’ha firmato dinanzi a milioni di cittadini e si è assunto precisi impegni cui sta tenendo assolutamente fede. Questo va sottolineato.
Ma il nostro governo ha il tempo per andare avanti e fare ancora di più, e lo farà! E i risultati sinora conseguiti sono già superiori agli impegni presi.
Infine, vorrei ricordare la riforma più importante, che è quella della forma di Stato e della forma di Governo.
Come ben sapete, la Casa delle Libertà è nata non come un cartello elettorale, ma come una alleanza per governare e per cambiare le istituzioni del Paese. 
Voglio ripeterlo ancora una volta: una ragione decisiva per il nostro stare insieme, infatti, è stata ed è la convinzione che l’Italia ha bisogno di uno Stato autorevole ed efficiente, di governi stabili e forti, e di avvicinare quanto più possibile le decisioni politiche ai cittadini ed al territorio. 


Veniamo alla politica estera.
Grazie al nostro governo l’Italia ha riacquistato un ruolo di preminenza in Europa e nel mondo. Un esempio per tutti: l’accordo firmato a Pratica di Mare tra Nato e Russia, un evento storico che ha definitivamente conquistato la Federazione Russa all’Europa e all'Occidente, e per il quale il nostro contributo è stato essenziale.
Abbiamo riportato l’Italia alla politica che fu la grande, lungimirante scelta strategica di De Gasperi: salda alleanza con gli Stati Uniti d’America e convinta tensione europeista. 
Il contributo dell’Italia a tante missioni di pace e quello in Afghanistan e in Iraq, non è per noi soltanto un motivo di orgoglio. Significa maggiore considerazione internazionale, maggiore stima, maggior peso politico per
il nostro Paese. Abbiamo sostenuto la responsabilità delle nostre missioni militari di pace nel mondo, anche pagando il  prezzo altissimo dei martiri di Nassiriya ai quali vogliamo rendere omaggio, ancora una volta, rinnovando la nostra commossa solidarietà ai loro cari e la nostra ammirata gratitudine per il loro comportamento.
Noi non siamo faziosi come certi nostri avversari, non siamo accecati dall’ideologia. Perciò riconosciamo volentieri che anche i litigiosi governi del centrosinistra contribuirono a fare passi nella direzione della nostra responsabilità internazionale. Non vogliamo neanche, in questa sede, ricordare certi loro sbandamenti e certe loro incertezze, né confrontare la partecipazione alla guerra del Kossovo di ieri, con i proclami ultrapacifisti di qualche mese fa.
Qui voglio solo sottolineare che quei loro governi - quando andarono nella direzione giusta - lo fecero sempre e soltanto grazie al voto determinante del centrodestra. 
Un fatto questo che dimostra due cose importanti.
Primo: che una vera forza di governo pensa innanzitutto al bene del Paese, prima che alla convenienza politica di parte. Così abbiamo fatto noi quando eravamo all’opposizione, così non fa il centrosinistra da quando è all’opposizione.  Secondo: che, qualora il centrosinistra avesse vinto le elezioni del 2001, il Paese non avrebbe avuto una maggioranza di governo capace – dopo il conflitto globale scoppiato con l’11 settembre 2001 – di assicurare una rotta chiara nell’alleanza strategica con i Paesi occidentali.
Noi, anche nei momenti più gravi, abbiamo dato prova di coerenza e di serietà. 
La nostra politica estera ha abbandonato le indecisioni ed i neutralismi dei governi della sinistra, per riaffermare nei fatti i valori della nostra civiltà. 
I tragici eventi dell’11 settembre del 2001 hanno dimostrato, ancora una volta, quanto sia vero che la libertà è un bene prezioso che è sempre minacciato. Prima dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla avrebbe potuto interferire con la propria vita civile e democratica.
Gli attentati dell’11 settembre hanno dimostrato che le democrazie occidentali si trovano di fronte ad un compito enorme: garantire la “libertà dalla paura” dei propri cittadini.  
Questa è oggi la nuova frontiera della libertà. Per difenderla vi è bisogno di avere una chiara consapevolezza di quali sono i valori fondamentali della nostra civiltà, quali sono i veri valori della persona umana, che cosa è veramente una democrazia. Perché è proprio in queste situazioni drammatiche che si vede la differenza tra le forze politiche autenticamente liberali, e quelle che liberali lo sono solo nella retorica.
Come sarebbe possibile affidare il futuro del nostro Paese ad una sinistra che dimostra continuamente di non capire la differenza tra una grande democrazia come gli Stati Uniti d’America, e regimi dittatoriali come quello di Saddam Hussein o di Fidel Castro? Costoro hanno ancora una volta dimostrato di non capire cosa significhi la libertà, cosa significhino i diritti individuali, cosa significhi la democrazia.
Noi dobbiamo lavorare per una grande alleanza di tutte le democrazie del mondo. Bisogna affermare con forza i valori che uniscono le democrazie liberali di tutte le parti del mondo, al di là delle differenze storiche o geografiche. Ciò che ci unisce è di gran lunga più importante di ciò che ci divide. Una alleanza di tutte le democrazie è il miglior strumento per liberare il mondo dalla paura del terrorismo internazionale, dalla paura dell’aggressione da parte degli Stati dominati da regimi illiberali. 
La battaglia per la libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che sono già democratici. E’ anche una battaglia a vantaggio di tutti i popoli, anche di quelli che oggi vivono sotto regimi autoritari. Dobbiamo rifiutare fortemente l’idea, che oggi in troppi hanno a sinistra, ovvero che vi sarebbero dei popoli per i quali il regime migliore sarebbe un regime autoritario. Per costoro la democrazia liberale non può, e non deve essere diffusa ovunque, ma deve restare confinata al mondo occidentale. Costoro dimostrano un disprezzo intollerabile nei confronti della capacità di miliardi di persone nel mondo di saper apprezzare la libertà e la democrazia. La storia, per fortuna, ha dato un’altra risposta. Ha dimostrato come la libertà e la democrazia siano contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della libertà e della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti nei confronti dei propri governi.
Questi i convincimenti che sono stati e sono alla base della nostra azione in politica estera.

Care amiche, cari amici,
finora abbiamo fatto un buon lavoro ma le cose che ancora non funzionano sono tante. C’è ancora tanto da fare e gli ostacoli sono infiniti come infiniti sono i nemici delle riforme. 
Ma abbiamo dimostrato di saper governare e siamo consapevoli di essere l’unica chance, l’unica vera opportunità di questo Paese. 
Sembrerà un paradosso ma la storia, con singolare malizia,  ha ripartito i compiti, tra chi crea i problemi e chi li risolve. Loro li hanno creati, noi li stiamo risolvendo. Se non ci riusciremo noi non vedo chi altri potrebbe riuscirci, chi altri sarebbe in grado di realizzare la nuova Italia, l’Italia che abbiamo in mente. Perché questo cari amici, è sempre e comunque il nostro obiettivo, il nostro progetto, il nostro sogno. La forza di un sogno: cambiare l’Italia.
Lasciatemelo evocare ancora una volta questo sogno in questa occasione festosa e solenne, in questo nostro primo decennale.
Abbiamo in mente un’Italia in cui nessuno abbia da temere se vanno al governo i suoi avversari politici.
Abbiamo in mente un’Italia in cui i cittadini non considerino le istituzioni come qualcosa di lontano e di ostile ma come qualcosa di vicino ed amico, come la loro casa, la casa  di tutti. 
Abbiamo in mente un Paese in cui ogni giovane che abbia fiducia in se stesso, nella sua possibilità di crescita e di successo, non si veda le porte chiuse quando vuole ottenere un prestito da investire nella casa o in un’impresa.  Abbiamo in mente un Paese in cui nessuno sia abbandonato nella miseria, nella malattia, nell’emarginazione, un Paese in cui tutti possano tenere aperta la porta alla speranza. 
Abbiamo in mente un Paese che sappia finalmente valorizzare il suo patrimonio  naturale, artistico e storico e che sia sempre più la meta ambita ed amata da milioni di visitatori da tutto il mondo. 
Abbiamo in mente un Paese in cui la verità vinca sulla menzogna, un Paese in cui la concretezza prevalga sulle chiacchiere, un Paese soprattutto in cui l’amore, l’amore  vinca sull’odio. Ebbene, Forza Italia vuole tutto questo, Forza Italia è tutto questo. È la forza di un ideale, la forza di un sogno, la forza di milioni di uomini e donne che vogliono restare liberi e che ogni giorno si impegnano per costruire il presente e preparare il futuro. 
E noi, tutti insieme, abbiamo l’orgoglio di rappresentare questa Italia che abbiamo in mente, che sogna con noi questo Paese diverso. 
Ho detto una volta che: “E’ sorta in questi anni un’altra Italia, umile e tenace, orgogliosa e onesta, moderata ma ferma nel difendere i principi di libertà, che non ha nessun passato da nascondere e che soprattutto non ha paura di sperare e di credere. Questa Italia siamo noi, si chiama Forza Italia.”
Siamo noi la nuova Italia e sappiamo di avere di fronte a noi un cammino ancora lungo, carico di impegni, di sacrifici, ma anche di successi sicuri. Abbiamo fiducia in noi stessi, abbiamo fiducia in questa nuova Italia
Ma già ora, possiamo fare insieme un bilancio di questi primi dieci anni.
Chiedo a voi:
1) Era indispensabile la nostra discesa in campo?
2) Avete fatto bene a seguire la visionaria follia di chi vi parla?
3) E’ vero che questi dieci anni di battaglie e di passione sono stati utili e non sono trascorsi invano?
4) Vale la pena di proseguire nel nostro cammino?

Anch’io, se ripenso a dieci anni fa, se ripenso a quell’insopprimibile responsabilità che ho avvertito, dentro, se traccio un bilancio personale di questo periodo così difficile e cosi intenso della mia vita, se mi chiedo: lo rifaresti? Mi dico: sì, sì, lo rifarei. 
Perché, nonostante tutto, nonostante le infinite sofferenze, sono convinto che non ci sia nulla di più bello e più nobile che combattere per la libertà e per il bene del proprio Paese, “il Paese che amo” di quel gennaio  del ’94, e di poter combattere insieme ad amiche ed amici come voi, con il vostro entusiasmo, con la vostra passione, con la vostra forza. La forza di Forza Italia. Vi ringrazio, e vi do appuntamento, ancora qui, nel 2014! 
Vi abbraccio tutti, vi abbraccio uno per uno.


Silvio Berlusconi
 


 

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